mercoledì 21 agosto 2013

Il Dottor Pullman e la falange dello Zio Danny

Buonasera, Raccooners
qui Scout che parla.
Ecco cosa è nato da questo mese di vacanza al mare:


Il Dottor Pullman e la falange dello Zio Danny

Le sette di sera sono un momento perfetto in agosto. Sono il momento nel quale siedi accanto a una finestra, con i piedi appoggiati al davanzale, una sigaretta tra le labbra e un bicchiere pieno per un quarto di vodka con il ghiaccio e guardi il sole tramontare con nessun’altra preoccupazione che riuscire a riempirti gli occhi al massimo della tua portata della luce rossa, calda e pulsante del giorno che scivola via.
Nessuno poteva disturbare Julian alle sette di sera, qualsiasi cosa stesse facendo. Che stesse guardando il sole da una finestra, dal tetto di casa sua, dal muretto che delimitava la fine della spiaggia o dal lettino del Dr. Pullman. Lettino sul quale in quel momento Julian era profondamente addormentato.
L’orologio segnava le sette e trentaquattro e mancavano ventisei minuti alla fine della seduta. Il Dottor Pullman si schiarì la voce e cambiò posizione sulla poltrona.
«Julian?»
Julian si svegliò con un sobbalzo, sbadigliò e si strofinò una mano sulla fronte.
«Ha interrotto un sogno bellissimo» borbottò. «Forse se mi riaddormento subito riesco a tornarci dentro.»
Si girò su un fianco e infilò la testa nell’incavo del braccio sollevato.
Il Dottor Pullman gli picchettò gentilmente sul gomito con la penna Ideal Waterman.
«Lo sai che tuo padre mi paga per queste sedute, vero? E non sono, diciamo, a buon mercato.»
«No, pensavo che mi lasciasse venire qui gratis.»
La sua voce giungeva soffocata da sotto alla manica della camicia contro cui aveva nascosto il volto.
«Lui lo sa che tu non fai che dormire ogni volta che ci vediamo?»
Julian rotolò di nuovo sulla schiena e fissò il soffitto con lo sguardo un po’ vitreo di quando si è molto assonnati.
«Perché dovrebbe. Lei è tenuto a rispettare il segreto professionale, dico bene?»
Il Dottor Pullman tornò ad appoggiarsi allo schienale imbottito della sua poltrona. Lanciava brevi occhiate di disapprovazione ai piedi scalzi di Julian abbandonati verso il fondo del lettino, in particolare alle piante nere dei suoi calzini bianchi da tennis.
«Sì, naturalmente. Io non posso dirglielo. Ma non credi che sia una perdita di tempo e di denaro da parte di entrambi?»
«La cosa non mi dà molto fastidio.»
«Perché non dormi nel tuo letto nella tua stanza invece di farti accompagnare qui e russare per un’ora nel mio studio?»
«Qui c’è l’aria condizionata.»
«Julian.»
«Dico sul serio! E poi non riesco a dormire a casa mia, non con tutti che urlano.»
Il sole aveva raggiunto quella particolare posizione nel cielo per cui proiettava l’ombra dei rami del faggio appena fuori dalla finestra dello studio sul soffitto, neri e spelacchiati sullo sfondo dell’intonaco tinto di arancione dal tramonto. Il vento faceva muovere le foglie in ondate ritmiche simili ad una risacca che Julian poteva osservare dalla sua posizione supina con gli occhi fissi sul soffitto.
Il Dottor Pullman annotò qualcosa sul suo quaderno.
«Cosa vuole che faccia?» chiese Julian dopo un po’.
«Puoi iniziare col raccontarmi che cosa stavi sognando.»
Julian scacciò il pensiero con un gesto della mano.
«Mi faccia il favore. Così può dirmi cosa? Che secondo Freud sono sessualmente costipato e provo un fortissimo complesso di Edipo nei confronti del padre del fratello del mio idraulico di fiducia?»
La Ideal Waterman del Dottor Pullman aggiunse qualcosa verso la metà della pagina di sinistra del quaderno. Julian si sforzò di non guardarla, concentrandosi invece nel sincronizzare il suo respiro con le ondate di foglie nere e arancioni che invadevano il suo campo visivo.
«Puoi raccontarmi qualcos’altro allora» disse il Dottor Pullman con tono accondiscendente.
Julian si sistemò meglio sul lettino.
«Un po’ di conversazione con l’ultimo paziente della giornata? Così può tornare a casa e fermarsi in un bar a farsi un goccetto e masticare noccioline con la sensazione di aver fatto del bene nel mondo.»
Il Dottor Pullman non rispose: era abituato a frasi del genere, non si sarebbe lasciato toccare da nulla che il ragazzo avesse detto. Julian gli lanciò un’occhiata e si infilò un altro cuscino dietro alla schiena, in modo da tornare in una posizione quasi seduta.
«Oppure mi faccia immaginare cos’ha segnato su quel suo quadernino con la copertina in pelle da diario di un avventuriero nella giungla. Mi faccia indovinare. Ha segnato la frase che ho detto prima, quella su tutti che urlano in casa mia, e ora non vede l’ora di chiedermi della mia famiglia.»
Il Dottor Pullman rimase impassibile. Julian continuò.
«E allora dovremmo parlare della mia famiglia, ma se mi ci metto a parlare io così, spontaneamente, avrà vinto lei, sarà il più grande cazzo di psicologo della città se mi metto a parlare della mia famiglia!»
Un ciuffo di capelli gli era scivolato sugli occhi nella foga del parlare e lui se lo risistemò con una mano che non tremava affatto.
«Non è questione di vincere, Julian» disse Pullman.
«Allora direi che potremmo anche parlare di sport.»
«Vuoi parlare di sport?»
«Sì, perché no.»
«Parlami della tua famiglia, Julian.»
Julian sospirò e inclinò la testa per tornare a guardare le foglie. Un vento più forte del solito le stava sbatacchiando ad un ritmo che gli riusciva difficile continuare a seguire col respiro senza cominciare ad entrare in iperventilazione.
«Potremmo parlare di entrambe le cose» suggerì il Dottor Pullman. «Non siete per caso andati in crociera in barca a vela due settimane fa?»
«Gliel’ha detto mio padre questo?» chiese Julian. «Credevo che non parlaste.»
«Non parliamo di te.»
«Parlavate anche di me, anch’io ero su quella barca due settimane fa.»
«Non parliamo di quello che mi dici qui. Nulla mi vieta di parlare della tua semplice esistenza con tuo padre» ribatté Pullman.
Julian fece una smorfia come a indicare che capiva il concetto e lo condivideva.
«Vuole davvero che parliamo della crociera?» chiese.
Pullman annuì ed esibì una specie di sottile sorriso professionale d’incitazione.
«Da dove vuole che cominci, dai dettagli? Tipo chi eravamo e a che ora del giorno siamo partiti?»
«Da dove preferisci» rispose Pullman.
Julian annuì. «Naturalmente, da dove preferisco. Allora siamo partiti alle sette e mezza del mattino. Ed eravamo io, Ted…»
«Cioè tuo padre.»
«Sì, mio padre. Ted. Io, Ted, Iggy, Cherie, Elliot, lo zio Danny e zia Jo.»
Il Dottor Pullman aggrottò le sopracciglia.
«Tuo padre non mi aveva parlato anche di Cherie.»
«Non avrebbe dovuto esserci» spiegò Julian con voce stanca. «Doveva essere ad Austin per lavoro, ma quei due non riescono a stare lontani per più di un secondo, così ci ha raggiunti. Ted sarebbe stato assolutamente intrattabile se non ci fosse stata lei.»
Pullman annuì e annotò i nomi sul suo quadernino.
«La prossima volta se vuole le porterò il filmino delle vacanze così si sentirà più immerso nella nostra vita privata» borbottò Julian distogliendo di nuovo lo sguardo.
«Non c’è bisogno di essere acidi.»
«E chi è acido. Vuole sapere cosa c’è sul filmino? È una scena davvero memorabile, è stata una vera fortuna che Elliot stesse filmando proprio in quel momento. Lo vuole sapere?»
«Lo voglio sapere.»
Julian si tolse i capelli dalla fronte e si sporse sul lettino verso la poltrona del Dottor Pullman, in modo da fissarlo bene negli occhi, che egli teneva nascosti dietro ad uno spesso paio di occhiali con la montatura di corno. L’orologio alle sue spalle segnava le sette e quarantadue. Accanto all’orologio Pullman aveva appeso la stampa di un paesaggio balneare che sperava avesse un effetto rilassante e tranquillizzante sui pazienti che se la trovavano davanti agli occhi dalla loro posizione sul lettino.
«C’è la scena ripresa fotogramma per fotogramma di mio zio Danny che si taglia via la falange superiore dell’anulare sinistro con un coltellaccio da pesca subacquea, ecco cosa c’è. La falange di zio Danny che schizza via sulla tuga e cade in mare come la testa di un’anguilla decapitata quando la barca sobbalza sulle onde sollevate da uno yacht con la bandiera del Portogallo. E Elliot l’ha filmato.»
Il Dottor Pullman deglutì. Abbassò lo sguardo sulla sua Ideal Waterman e sul quadernino e cercò di formulare una frase professionale a riguardo di una falange mozzata da un coltellaccio da pesca, ma alla fine desistette e tornò a guardare Julian.
Julian sorrise, soddisfatto.
«Ted non me l’aveva detto» disse Pullman.
«Lo credo bene, non fa certo una buona fama, dico bene? Raccontare in giro che tuo fratello si è staccato un dito sulla tua barca.»
Il Dottor Pullman si accigliò.
«E avete incluso la scena nel filmino delle vacanze?»
Julian scrollò le spalle.
«È Elliot il regista. Abbiamo censurato il sangue. L’abbiamo tinto di verde. Iggy ha detto che Cherie avrebbe vomitato di nuovo se non l’avessimo fatto.»
Il Dottor Pullman si ricompose e annotò un paio di frasi sul quaderno, riflettendo attentamente su ogni parola.
«Va’ avanti» disse poi. «Com’è successo?»
Julian tornò a posare la schiena sui cuscini, si strofinò il lato del naso e sollevò gli occhi verso il soffitto arancione, cercando di ricordare il maggior numero di dettagli possibile.
«Danny aveva raccolto dei piedi di capra sugli scogli vicino alla riva e voleva mangiarli prima di pranzo» fece una smorfia. «È illegale, lo so, ma cosa ci vuole fare? Chi non ha mai pescato un piede di capra nella sua vita? Insomma stava cercando di aprire i piedi di capra con il coltello quando questo yacht ci è passato accanto e ha sollevato quel tipo di onda che ti fa rovesciare addosso mezza bottiglia di acqua minerale se ti capita di star bevendo mentre ci passi sopra. Ha presente?»
Il Dottor Pullman annuì. Il vago ricordo di una gita in pedalò nei tempi della gioventù gli attraversò la mente, ma fu subito scacciato. Julian sorrise, gli occhi persi nel vuoto dei ricordi, e riprese a raccontare con una smorfia divertita stampata sul volto.
«E Danny stava premendo col coltello sul piede di capra proprio in quel momento, capisce? E il coltello è schizzato in giù, velocissimo, oltre il piede di capra chiuso e gli ha tranciato via un pezzo di dito in una frazione di secondo. Non si è neanche fermato sull’osso, niente.»
«Ricordo di aver incontrato tuo zio Danny l’anno scorso a casa di tuo padre» borbottò Pullman, con gli occhiali che gli scivolavano in basso sul naso sudato. «Se ha conservato la stessa massa muscolare che aveva allora non stento a crederlo. Deve aver impresso su quel coltello una forza spaventosa.»
Julian annuì con gli occhi spalancati e puntò un dito verso Pullman.
«Esatto, dice bene. E in quel momento era quasi pranzo e Ted e Cherie erano giù sotto coperta a preparare da mangiare. Zia Jo era ancora in acqua e Iggy e io stavamo parlando di non ricordo cosa in pozzetto e all’improvviso sentiamo quest’urlo incredibile e vediamo zio Danny che scatta indietro tenendosi la mano tipo Frodo Baggins quando Gollum gli strappa via l’anello a morsi. E zia Jo era ancora in acqua accanto alla barca, capisce? Immerge la testa per passare sotto all’onda e quando riemerge vede il dito di Danny che affonda accanto a lei e una nuvola rossa di sangue che la avvolge e zio Danny si sporge oltre le draglie e urla “PRENDILO! NON LASCIALO SCAPPARE!” come se il dito fosse un pesce che gli è sfuggito di mano e si sta riguadagnando la libertà verso il fondo.»
Julian si interruppe, ansimante, e tirò un respiro profondo. Il Dottor Pullman lo fissava, completamente rapito dal racconto. L’orologio sopra di loro segnava le sette e quarantanove.
«Insomma anche zia Jo si è messa a urlare, naturalmente» riprese Julian. «E ha cominciato a nuotare più veloce che poteva verso la scaletta, cercando al contempo di restare a galla fuori dal sangue, quindi tutto quello che faceva era rimanere immobile sbattendo le mani sull’acqua e sollevando schizzi rossi dappertutto. Intanto Ted e Cherie erano riemersi da sotto coperta, lui con un mestolo in mano, lei con la terrina dell’insalata di cipolle. Ted ha visto subito la mano di mio zio, i piedi di capra e il coltello e ha capito che cos’era successo, così ha puntato il mestolo verso Iggy e ha urlato “PRENDI IL RETINO!” e mia sorella, pietrificata, “NON LO PRENDEREMO COL RETINO, CADRA’ IN UNO DEI BUCHI!” e Danny “STA AFFONDANDO, PRESTO!”»
Julian si tolse i capelli dalla fronte con un gesto scocciato, mentre con l’altra mano si teneva la pancia e cercava di riprendere fiato tra gli scoppi di risa. Davanti a lui, il Dottor Pullman aggrottò le sopracciglia.
«Scusami, ma non capisco. Davvero è stato così divertente?»
Julian lo fissò e scrollò le spalle.
«Il dito gliel’hanno ricucito in ospedale, è solo un po’ più rigido e rugoso del solito. Tutto è bene quel che finisce bene, giusto? E comunque era solo una falange e visto così a posteriori è stato assolutamente fantastico.»
Pullman scosse la testa con aria di disapprovazione.
«Senta, l’ha voluta sentire lei questa storia, no? Se si ritiene di stomaco troppo delicato posso anche tornarmene a dormire.»
«Figurati, va’ pure avanti. Solo risparmiami la visione del filmino.»
Julian rise di nuovo.
«Dunque, dov’eravamo? Ah sì, e Cherie ha vomitato. Nella terrina dell’insalata di cipolle. Poco male: la odiavamo tutti quell’insalata, perfino Ted, anche se non ha il coraggio di dirglielo.»
«E tu ed Evan in tutto questo che cosa facevate, guardavate?»
«La smetta di chiamarla Evan, lo sa che lo detesta. Io e Iggy guardavamo, certo. E poi io ho preso il retino e Iggy si è alzata ed è corsa a lanciare un salvagente a zia Jo, perché, sa, non si può andare avanti tanto tempo sbattendo le mani sull’acqua e strillando a quel modo senza annegare. Così siamo riusciti a tirare zia Jo sulla barca e a portarla giù nella doccia, dove si è fatta quattro shampi con relativi bagnischiuma prima ancora di preoccuparsi dello stato del dito di suo marito. Dito che nel frattempo io avevo ripescato con il retino, che aveva i buchi appena troppo piccoli perché la falange ci scivolasse dentro. Ted ha legato l’elastico di un paio di boxer attorno alla mano di zio Danny per fermare l’emorragia e gli ha ficcato il dito in una busta di piselli surgelati. Per preservarlo, sa? Così avrebbero potuto riattaccarglielo. Ed Elliot ha filmato tutto, da cima a fondo.»
«Tuo padre dev’essere stato entusiasta.»
«Altroché. C’era tanto sangue sulla tuga che sembrava che avessimo sgozzato un pescecane. Tutti ci guardavano col binocolo dalle altre barche e credo che qualcuno abbia anche chiamato la guardia costiera. Per schiamazzi, sa. Sono molto rigidi con questo tipo di cose; in caso le accada di andare per mare le conviene essere il più silenzioso possibile anche se sta annegando divorato dai piraña. Lo dico per lei. Il nostro tempo è finito?»
«Mancano quattro minuti» disse Pullman, scribacchiando furiosamente sul suo quaderno.
«Adesso capisce perché non posso dormire a casa?»
«Credo di essermene fatto un’idea.»
«Cose del genere accadono in continuazione.»
«Abbiamo fatto passi da gigante oggi, Julian» annunciò il Dottor Pullman.
Julian sollevò appena lo sguardo. «Ah sì?»
«Abbiamo cominciato a parlare delle dinamiche della tua famiglia. Se non altro è meglio che dormire, non trovi?»
«Già.»
«Non credi che comunque la vacanza con tua sorella e la famiglia di tuo padre vi abbia riuniti e rappacificati un po’, incidenti a parte?» chiese Pullman.
«Forse, non lo so.»
L’orologio segnava le sette e cinquantanove. Julian era tornato a distendersi sul lettino con il cuscino dietro alla testa e guardava le foglie muoversi sul soffitto, che da arancione era passato ad una scura sfumatura di marrone.
«Non ricordo più che cosa stavo sognando prima» mormorò sovrappensiero.
«Ti passa a prendere tuo padre?»
Julian si riscosse e si alzò dal lettino. Aveva le gambe anchilosate, la camicia spiegazzata e i capelli appiccicati sulla nuca.
«No, torno da solo. Faccio una passeggiata. È sempre un piacere vederla, Pullman.»
Il Dottor Pullman ripose penna e quaderno e accompagnò il ragazzo alla porta. Era un uomo alto e dinoccolato, sulla sessantina, con i capelli striati di grigio topo e gli occhi sempre un po’ troppo lucidi.
«Tornerai qui giovedì?» chiese.
«Ci può contare. Può andare a bersi il suo drink adesso, non lo dirò a papà.»
Pullman fece di nuovo quel suo sorriso accondiscendente e professionale e appoggiò la schiena allo stipite della porta, guardando Julian scendere le scale, la borsa a tracolla sui vestiti insolitamente eleganti e i capelli lucidi pettinati all’indietro.
Julian uscì dal palazzo, svoltò a sinistra e cominciò a camminare senza guardarsi attorno dando le spalle al tramonto, con le mani infilate in tasca, gli occhiali da sole e una sigaretta stretta tra le labbra, fischiettando un motivetto che aveva avuto in testa per tutta la seduta.

Ecco cosa generano pomeriggi caldi e nulla da fare :)
Peace and love
Scout

domenica 4 agosto 2013

Alla ricerca della felicità


Salve Raccooners!
Qui Scout che parla.

C’è una cosa di cui io e Belle abbiamo parlato un paio di mesi fa, e cioè di che cosa determina la felicità di una persona nella vita.
Ipotesi numero uno: la ricerca e la scoperta del “true love”, il vero amore.
Ipotesi numero due: un sogno, una passione, insomma quello che riteniamo essere il nostro scopo nella vita.
Ne abbiamo parlato a lungo senza arrivare a una conclusione unanime. O almeno, io non riesco ad arrivare a una sola conclusione; personalmente, preferisco immaginarmi la cosa più come una specie di diagramma a torta, avete presente?


Simile a questo, solo che nel mio ogni spicchio porta il nome di, ad esempio, l’amore, la famiglia, gli amici, il famoso “scopo della vita”, i sogni, gli hobby, fino a quel tipo di cose che ti rendono felice lì sul momento, come una bella canzone o la cioccolata.

Insomma, alla fine abbiamo deciso che in generale lo spicchio del true love è quello più grande e importante, quello che garantisce la maggiore felicità.
Dopo tutto questo discorso, però, mi restava ancora qualche dubbio: ci saranno persone per cui, ad esempio, la carriera è più importante dell’amore, no?
Ci saranno persone che scelgono qualcos’altro e che sono rese felici per la maggior parte da qualcos’altro, e non dall’amore. Può darsi che in realtà non sia possibile delineare uno schema universalmente valido, ma che ognuno abbia le proprie priorità.

Quindi mi sono messa a cercare un po’ di esempi.
Per prima cosa ho cercato nella vita reale, ma non ho trovato molte risposte. Nella realtà tutto è così instabile e in continuo cambiamento che non è possibile trarre conclusioni che non finiscano in frantumi dopo un po’ di tempo. Gli adulti che conosco, ad esempio, mi sembrano dare egualmente peso all’amore e al lavoro. Se hanno problemi con il lavoro (intendo problemi di motivazione e soddisfazione) tendono a mandare a puttane anche il resto delle loro possibili fonti di felicità, come l’amore, e quindi anche la carriera deve occupare un posto piuttosto importante nel loro diagramma a torta personale.

Quindi sono passata agli esempi nel cinema e nella letteratura.
Anche qui, però, c’è un tranello: la maggior parte delle trame di film e libri sono congegnate in modo da andare incontro ai desideri del massimo target possibile. Per questo motivo in ogni storia, assolutamente ogni storia, quando il protagonista si trova in una qualsiasi situazione difficile gli viene aggiunto sopra anche il pathos di una storia d’amore tormentata.
Praticamente ogni volta il nostro protagonista si troverà nella condizione di dover scegliere tra la più semplice risoluzione di tutti i suoi problemi o il conseguimento del suo progetto iniziale e l’avverarsi della storia d’amore. E praticamente ogni volta sceglierà l’amore e tutti usciranno dal cinema col cuore pieno di gioia.
True story.
E quindi non si può fare affidamento neanche su questo.
Dunque quello su cui si può fare affidamento, secondo me, sono i film tratti da storie reali (vere storie reali, non Paranormal Activity) e i libri non romanzati.

Devo ammettere, adesso, che non ho ancora trovato una risposta che mi convinca alla domanda. Sono ancora in fase di ricerca.
Scrivo qui di seguito due esempi che ho trovato ultimamente che sostengono l'uno la prima, l’altro la seconda ipotesi.

A sostegno dell’amore abbiamo una frase tratta dal Profeta di Kahlil Gibran:
“E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui, anche se la spada nascosta tra le sue penne può ferirvi. E quando esso vi parla, credetegli, anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord quando devasta il vostro giardino.”


A sostegno dei sogni c’è il film Amelia, uscito nel 2009 e diretto da Mira Nair, con Hilary Swank nel ruolo della protagonista.
Il film racconta in maniera penso piuttosto fedele la vita di Amelia Earhart, la prima aviatrice donna ad aver attraversato il pacifico in solitaria e ad aver tentato di fare il giro del mondo in aeroplano.
Il motivo per cui l’ho preso come secondo esempio è che Amelia, pur essendo innamorata di suo marito (interpretato da Richard Gere) e considerando molto importante la loro relazione, alla fine lo abbandona per inseguire la sua passione, il volo.
Per tutta la vita spende tutte le sue risorse e le sue energie per finanziare e sostenere la sua passione e alla fine muore per essa. Cosciente di tutti i rischi, saluta il marito, che l’aveva pregata di rimanere con lui, e parte semplicemente perché non potrebbe fare altrimenti, ne va della sua felicità.


Ecco.
In definitiva, quindi, non penso neanche che ci sia una sola risposta. Sono sempre più convinta che dipenda unicamente da ciascuno di noi.
Voi cosa ne pensate?

Peace and Love, Raccooners.
Scout

lunedì 22 luglio 2013

La scopa del sistema


Buonasera Raccooners!
Qui è Scout che parla.

Scusate la lunga assenza, ma siamo state in vacanza a Corfù [dove il mare è più blu (in realtà non particolarmente, ma è sempre mare greco, quindi va bene lo stesso)].

Oggi mi è tornato in mente un libro che ho letto l’estate scorsa e, in mancanza di argomenti migliori, ho deciso di parlarvene un po’ qui.
Si tratta di La scopa del sistema di David Foster Wallace e mi è tornato in mente perché ero proprio davanti alla sezione W della biblioteca del mio quartiere quando si sono spente tutte le luci e la bibliotecaria mi ha quasi chiusa dentro. Non mi sarebbe dispiaciuto troppo. Voglio dire, forse al buio e senza cibo sì, ma altrimenti…
Torniamo a noi.


Secondo me La scopa del sistema è un libro davvero notevole.
Tanto per cominciare ci sono lo stile di Wallace, la sua particolare cura nella scelta delle parole e il modo in cui costruisce le frasi in modo che siano sempre sorprendenti da leggere. È tutto ironico, dalla prima all’ultima riga, a partire dai nomi dei personaggi fino alle situazioni.
Non è un libro ben delineato con una trama, un inizio, una conclusione e tutto il resto. Più che altro è l’insieme delle avventure della protagonista, la ventenne Lenore Beadsman, e degli altri personaggi che le ruotano attorno.

C’è la sua bisnonna, anch’essa di nome Lenore Beadsman, che è scomparsa misteriosamente dalla sua casa di riposo insieme ad un manipolo di altri pazienti e infermieri.
(Che siano scomparsi nel DIO? Il Deserto Incommensurabile dell’Ohio, un deserto costruito appositamente dal governatore come “un Altro per stimolare l’Io dell’Ohio”?)
C’è il pappagallo Vlad L’Impalatore, che recita sermoni cristiani frammisti a frasi oscene sulla tv via cavo; c’è l’amante di Lenore, Rick Vigorous, un ometto basso e poco dotato che scrive storie terrificanti di cui lui stesso è l’eroe.
C’è il fratello di Lenore, LaVache, anche noto come l’Anticristo, che chiama il suo cellulare Linfonodo e ha una gamba di legno in cui nasconde la marijuana.
C’è Norman Bombardini, un obeso genio informatico che sogna di mangiare fino ad inghiottire il mondo intero (tranne Lenore, di cui è innamorato).
Tutti questi personaggi appaiono inizialmente come macchiette, ma sono poi descritti e delineati in un modo tale che sembra quasi di vederli prendere vita tra le pagine.

Ricordo una scena in cui il direttore della casa di riposo di Nonna Lenore è a pranzo in un ristorante assieme ad una bambola gonfiabile e le parla e cerca di convincere tutti che sia una persona vera, fino a quando questa viene accidentalmente bucata da un cameriere e schizza in aria come un palloncino.
Questo per dire che è un libro assolutamente folle. È  imprevedibile, grottesco, non facile da leggere, filosofico, e al contempo è brillante e divertente. Prendiamo ad esempio Lenore: sono riportate pagine e pagine di dialoghi in cui il suo personaggio consulta uno psicologo perché sente di essere un personaggio fittizio e non una persona reale. Attraverso la penna di Wallace, Lenore si chiede che differenza ci sia tra il raccontare e il vivere visto che in lei non è contenuto niente che non sia raccontato o raccontabile, e si chiede allora perché bisognerebbe scegliere il vivere rispetto al raccontare.
I fookin lov this! (cit. Kelly di Misfits) 


La mia prossima missione sarà leggere Infinite Jest, il secondo e ultimo romanzo compiuto di Wallace (che è morto suicida nel 2008). Il problema è che è un libro di più di mille pagine e già le 553 di La scopa sono state una lettura non proprio leggera… ma se sarà così bello anche quello allora credo che ne varrà la pena.

Peace and love, Raccooners!
Scout

lunedì 1 luglio 2013

Concerto dei Baustelle


Hello Raccooners!
Qui è Scout che parla.

A me gli occhi: adesso dovete fare una cosa.
Chiudetevi in camera da soli al buio, alzate il volume e ascoltate:
Poi ascoltate questo:

Adesso capirete perché, quando ho raccontato a mia nonna che sarei andata ad un concerto dei Baustelle e le ho fatto sentire una canzone a caso (Nessuno, per l’appunto), lei ha sgranato gli occhi e mi ha chiesto se per caso non avessi intenzione di suicidarmi.
Sì, beh, prima di andare al concerto avevo sentito parlare dell’ultimo album dei Baustelle, ma non l’avevo ascoltato… e quando l’ho fatto… beh, ecco, diciamo che mi sono preparata un bagaglio di ricordi felici sufficiente da permettermi di affrontare il concerto come se stessi andando a combattere contro un Dissennatore.


E invece no, invece mi è piaciuto. Yeyy!
Aspettate: alcune canzoni hanno davvero la tendenza a suscitare l’irrefrenabile desiderio di morire subito di una morte molto violenta. Oppure scappare urlando.
Tipo la prima canzone della scaletta, Fantasma, che evoca tetre immagini di bambini spettrali che corrono cantando per i corridoi di un orfanatrofio abbandonato. E tu senti le loro voci e li segui e all’improvviso ti ritrovi sperduto tra quelle mura che si dissolvono come le pareti di Silent Hill e le voci aumentano e tu trovi il bambino e lo giri e… e… OH MIO DIO LA SUA FACCIA! E scopri che è un mostro terribile e putrefatto.
Ho reso l’idea?

           
Devo dire che però, canzoni deprimenti o meno, c’era sempre un sacco di atmosfera.
Potevi distogliere un attimo lo sguardo dalla folta criniera di Bianconi, guardare le espressioni della gente attorno a te (sentire i fan più accaniti recitare a memoria ogni. singola. parola. delle canzoni) e provare quei sentimenti di comunione e comunità che si sentono nei confronti di perfetti estranei in momenti del genere.
Questa è una delle ragioni principali per cui mi piace andare ai concerti.
Certo, se la musica è bella e ne conosco il testo anch’io tanto meglio, ma anche quando la mia conoscenza della scaletta si limita al ritornello di un paio di canzoni l’atmosfera è sempre magggica.
Fa molto “carpe diem”, secondo me: sei lì, in quel momento, con i tuoi amici e con un sacco di amichevoli sconosciuti come te.
La finisco qui prima di diventare troppo sentimentale.

E ricordate: io non voglio crescere, andate a farvi foooottereeee!

Peace and love
Scout